Storie di Provincia: le notti europee dell’Atalanta, dalla serie B alle semifinali di Coppa delle Coppe

Capitò nella stagione 1987 – ’88, un evento raro come la cometa di Halley, transitata sui cieli terrestri nell’anno precedente, quando l’ Atalanta finalista di coppa Italia contro il Napoli vincitore dello Scudetto, contemporaneamente finì penultima in campionato e retrocesse in cadetteria.
Eppure il regolamento parlava chiaro: a rappresentare l’Italia nella Coppa delle Coppe, stante la partecipazione dei maradoniani partenopei in Coppa dei Campioni, sarebbe stata proprio la Dea bergamasca, anche se militante in serie B. A qualcuno degli esclusi parve un’ingiustizia, forse agli atalantini stessi una seccatura ma comunque bisognava partecipare o quanto meno affacciarsi a salutare, per obbligo di cortesia. Un po’ come in quei matrimoni dove magari si partecipa contro voglia, salvo poi scoprire, man mano che si scalda l’atmosfera, di trovarsi a proprio agio nella compagnia cantante e di voler rimanere un po’ di più, possibilmente fino al taglio della torta.

Erano tempi di Mercoledì di Coppa nazionalpopolari, in chiaro per tutti, e telecronache che arrivavano come cartoline da un’Europa percepita ancora un luogo dell’anima piuttosto che dello spread. La vecchia Coppa delle Coppe, poi mandata in soffitta con l’avvento della bulimica Champions League, raccoglieva le vincitrici europee dei rispettivi trofei di Lega in duelli a eliminazione sui 180 minuti. Forse sorella meno piacente della selettiva Coppa dei Campioni, che esigeva un anno di corteggiamento in campionato solo per avere il primo appuntamento, o di una Coppa Uefa, dove finiva la nobiltà secondogenita, ma certo a riguardarla oggi non era poi così male (e anche le coppe nazionali ne traevano beneficio) quel torneo fatto di vistose magliette olandesi, di dilettanti finlandesi (da sommergere al primo turno con goleade e triplette, tranne quando si rivelavano squadre – canaglia, pronte come Davide ad ammazzare Golia con una fiondata in contropiede) di cannonieri del dì di festa e cavalieri che fecero l’impresa, piccoli eroi di un sedicesimo di finale.

Sulla panchina degli orobici sedeva Emiliano Mondonico, allenatore concreto e poeta del calcio “pane e salame”, uno che si è fatto volere bene dai tifosi tanto a Bergamo, quanto a Torino e a Firenze, ogni volta legando il proprio nome a stagioni dai ricordi indelebili. In campo, andava una squadra costruita per essere di categoria superiore. In particolare a centrocampo, dove spiccava il chiomadotato vichingo svedese Glenn Stromberg, rimasto a Bergamo malgrado la retrocessione in B, l’unico che in Europa aveva già raggiunto due finali di Coppa, quella vincente con il Goteborg e quella con il Benfica. A lui si affiancarono i giovani Eligio Nicolini e Daniele Fortunato (poi giocatore anche della Juve) per le geometrie euclidee, gli esperti Icardi e Bonacina per la manovalanza qualificata. In avanti, due attaccanti dai nomi ruspanti, Oliviero Garlini ed Aldo Cantarutti, veri bomber di periferia, di quelli abituati a razzolare in area di rigore per insaccar palloni gettati nel mucchio, beccandoli di testa o di stinco, dandogli di tacco come di punta.

Il primo turno regala all’Atalanta gli abbordabili dopolavoristi gallesi del Merthr Tyfidil. Eppure, sono proprio i gallesi, con grinta e fortuna a passare in vantaggio con un’autorete di Icardi, cui segue il pareggio di Progna (un libero di qualche speranza, non mantenuta) e una nuova autorete dello stesso Progna. E forse è proprio dopo la sconfitta inflitta dai tosti dilettanti gallesi che l’Atalanta apprende come possa trasformarsi una piccola squadra, nelle lunari notti di Coppa, se solo osa tirare fuori gli artigli. Il ritorno a Bergamo è un’altra storia: Garlini e Cantarutti sbrigano la pratica qualificazione con un gol a testa. Il livello successivo è rappresentato dal confronto con i greci dell’Iraklion Creta. Anche in questo caso, la trasferta comporta una sconfitta di misura, mentre il ritorno vede il ribaltamento del risultato, con le reti di Nicolini e Garlini. I quarti di finale mettono sul cammino dell’Atalanta un avversario di maggior spessore europeo, lo Sporting di Lisbona. Ma stavolta l’andata è in casa e la squadra di Mondonico si impone 2 – 0 con reti di Nicolini su rigore e Cantarutti. Il ritorno in casa dei palleggiatori portoghesi è sofferenza, finita solo a due minuti dalla fine, quando Cantarutti pareggia il vantaggio dei lusitani.
L’Atalanta è tra le prime quattro squadre della competizione e Bergamo sogna la finale. Ma l’avversario di turno stavolta è il Malines (ora Mechelen), squadra belga che oggi naviga a vista nel proprio campionato, ma all’epoca sapeva esprimere un calcio raffinato ed efficace. Pressing costante, cattiveria agonistica e le parate del portiere Preud’Homme (uno dei migliori numeri uno di sempre), sono le armi dei giallorossi fiamminghi. In Belgio, l’Atalanta rimedia una sconfitta per 2 -1, ma grazie ad un gol di Stromberg può giocarsi le proprie carte a Bergamo, sperando nell’ennesima rimonta.

Il 20/04/1988, quando parte la sigla dell’Eurovisione, lo stadio offre una panoramica da brivido: “Coreografie di majorettes, banda bersaglieresca, pubblico che messicaneggia con la ‘ola’, accendini che si accendono”, così Repubblica descrive l’atmosfera di quella memorabile serata, in uno stadio a dir poco gremito. E al 39’ del primo tempo, un gol di Garlini porta il pubblico dello stadio Azzurri di Italia in una dimensione onirica, nel blu dipinto di nerazzurro.
Ma il risveglio è brusco, nell’ultima mezz’ora di gioco, quando il Malines infila un ‘paso doble’ che schianta l’Atalanta, proiettandoli verso la vittoria finale, che otterranno contro l’Ajax.
Il finale è un lungo applauso tributato dai tifosi alla squadra nerazzurra, che aveva fatto sognare qualcosa di diverso dalla solita salvezza o da una promozione, che, comunque, a fine stagione arriverà meritatamente. Da allora in poi, nessuna squadra partecipante ad un campionato cadetto ha mai fatto meglio in Europa.
Qui il video dell’incontro.

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare.