C’era in Europa: l’Amburgo che fece piangere la Juventus di Platini

Anche in Germania, come un po’ in tutta Europa, l’importazione del ‘football’ avvenne ad opera degli inglesi a fine ‘800 e passò attraverso un porto commerciale. Fu infatti ad Amburgo, città – stato anseatica che oggi conta 1,7 milioni di abitanti, che nel 1887 nacque il primo club tedesco, per l’appunto l’Amburgo Sport Verein.

Se la rappresentanza diplomatica del calcio tedesco a livello di club è sempre stata affidata al Bayern Monaco, l’Amburgo, oltre a recitare frequentemente il ruolo di oppositore interno, ha saputo comunque far valere la propria presenza sulla scena europea a più riprese.
Negli anni ’60, la fama della squadra si legò ad un campione storico, Uwe Seeler, bandiera della squadra e della Nazionale tedesca. Giocatore rapido e veloce, esplosivo e rapace per quanto bassetto e tracagnotto, divenne uno dei miti della Germania Ovest del dopoguerra, più di ogni altro capace di legare i tifosi nel coro “Uwe Uwe”, che, in quei tempi di ricostruzione, anche psicologica, dell’identità nazionale, suonava come “Germania. Germania”. Il “nostro Uwe”, come veniva chiamato dai tedeschi, disputò 4 mondiali tra il ’58 e il ’70 e nel frattempo collezionò 916 partite e 772 gol, tutte con la maglia dell’Amburgo. A Seeler mancò solo l’alloro internazionale, sia con la Nazionale che con il proprio club. Il suo Amburgo infatti fu sconfitto nel ’68 in finale di Coppa delle Coppe dal Milan e da una doppietta di Kurt Hamrin.

Fu nel ’77, che di nuovo l’Amburgo riprovò a conquistare la Coppa delle Coppe. Eliminati avversari relativamente facili, come gli islandesi del Keflavik ÍF, gli scozzesi dell’Heart of Midlothian e gli ungheresi dell’MTK Budapest, in semifinale l’Amburgo si misurò con l’Atletico Madrid, riuscendo nell’impresa di recuperare al ritorno il 3-1 subito all’andata, con una vittoria per 3-0.

In finale l’Amburgo, sfavorito dai pronostici, incontrò l’Anderlecht, che in quegli anni, grazie ad una scuola calcistica importata dall’Olanda e raffinata da tecnici di altissimo livello, aveva una presenza europea di assoluto rilievo, anche grazie a giocatori come gli “orange” Haan e Rensenbrink.
Tuttavia, grazie ad una tattica accorta e alla voglia di riuscire a centrare l’obiettivo sfuggito quasi dieci anni prima, l’Amburgo si impose per 2-0, con reti su rigore di Volkert e raddoppio di un giovane centrocampista destinato a firmare gol importanti per gli amburghesi: Felix Magath.
Ottenuto il successo, l’Amburgo investì su un fenomenale attaccante del Liverpool, Kevin Keegan, ambito dalle squadre di tutta Europa (almeno, laddove non erano chiuse le frontiere per gli ingaggi esteri, come in Italia) e reputato uno degli acquisti del secolo. Malgrado un difficile periodo di ambientamento e un certo ostracismo iniziale della squadra, Keegan al secondo anno tornò ai livelli noti.
Con una rosa dove oltre a Keegan spiccavano i nomi del centravanti Hrubesch, quintessenza della potenza da “panzer”, e di Manfred Kaltz, terzino dal repertorio completo, l’Amburgo conquistò uno scudetto in patria e l’anno successivo arrivò a giocarsi la finale di Coppa dei Campioni contro il Nottingham Forest, dopo aver annichilito per 5-1 il Real Madrid in semifinale.
Ma ancora una volta, l’Amburgo avrebbe dovuto attendere una rivincita. Il Nottingham Forest di Brian Clough infatti, riuscì ad imporsi per 1-0, anche grazie alle parate del proprio portiere Shilton e alla traversa che fermò una conclusione di Kaltz.

La svolta avvenne nell’81, con l’arrivo di un tecnico come Ernst Happel, già capace di regalare la Coppa dei Campioni al Feyenoord, dieci anni prima . Tra i più grandi allenatori di sempre, Happel riuscì ad esaltare le caratteristiche fisiche proprie del calcio tedesco con l’accortezza tattica e la capacità di imporre una propria personalità agli avversari. L’Amburgo tornò a vincere uno scudetto, anche se fu costretto a cedere inopinatamente alla sorpresa svedese Goteborg , in finale di Coppa delle Coppe.

Nell’edizione 1982-83 della Coppa dei Campioni, l’Amburgo riuscì ad arrivare sino in finale, eliminando Dinamo Bucarest, Olympiakos Pireo prima, la temibile Dinamo Kiev di Lobanovsky e del talento Blochin (andando a vincere nell’ex unione Sovietica con tre gol del danese Bastrup) e superando in semifinale il Real Sociedad, con un gol infilato da Von Heesen al portiere basco Arconada, a tre minuti dal termine.

In finale, il 25 maggio 1983 allo Spiridion Louis di Atene, ad attendere l’Amburgo, c’era la Juventus di Platini, decisa a coronare la ricerca spasmodica della prima Coppa dei Campioni e fortemente favorita dai pronostici e sospinta dal tifo di oltre trentamila tifosi giunti in massa per l’attesissimo evento.

La sfida coinvolgeva più piani: c’era il confronto tattico tra Happel e Trapattoni, due tra gli strateghi più affermati della storia, e poi c’era una questione di rivincite. Soltanto pochi mesi prima infatti, nel luglio dell’82, l’Italia era diventata Campione del Mondo, battendo in finale proprio la Germania. Molti dei giocatori presenti in quella finale di Madrid, erano di nuovo in campo in quella serata di Atene: nella Juventus, Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Bettega, Tardelli e Paolo Rossi. Nell’Amburgo, Kaltz, Hrubesch, Magath e Hieronymus (questi ultimi due erano in panchina, nella finale mondiale di luglio ’82).

Oltre ai nazionali, a rinforzare quella Juventus dominatrice della serie A, c’erano il fuoriclasse assoluto francese, Michel Platini e il campione polacco Boniek.

Pronti via, e la gara dopo pochi minuti prese la direzione meno preventivata. Felix Magath, l’uomo delle finali di coppa, lasciò partire un tiro infido dal limite che sorprese Dino Zoff e portò in vantaggio l’Amburgo. L’impatto del vantaggio tedesco sull’umore della squadra bianconera dei suoi tifosi, fu devastante. Colpita a freddo, la Juventus si trovò a dover imporre le proprie trame e a non poter contare sul gioco di rimessa. Ma Happel riuscì ad imbrigliare le mosse di Trapattoni coni medesimi stratagemmi propri del tecnico italiano. Il coriaceo Rolff francobollò Platini, escludendolo dal gioco, mentre il resto della squadra costruì una diga impenetrabile. Il risultato non sarebbe cambiato fino al termine dell’incontro e Magath poté alzare la coppa a lungo sognata, tra le lacrime dei tifosi bianconeri.

Di seguito il tabellino dell’incontro:

Coppa dei Campioni 1982-1983 – Atene, Stadio OAKA Spiros Louis
Mercoledì 25 maggio 1983

AMBURGO-JUVENTUS 1-0
MARCATORI: Magath al 9’.

AMBURGO: Stein, Kaltz, Wehmeyer, Jakobs, Hieronymus, Rolff, Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (Von Heesen 56) – Allenatore Happel

JUVENTUS: Zoff, Gentile, Cabrini, Bonini, Brio, Scirea, Bettega, Tardelli, Rossi P. (Marocchino 56), Platini, Boniek – Allenatore Trapattoni
ARBITRO: Rainea (Romania)

Qui, il video della gara

Finiva così, con la vittoria dell’Amburgo, il dominio decennale delle squadre inglesi in Coppa dei Campioni.
Anche il periodo di massima gloria dell’Amburgo, finiva quel giorno. Ma ben guardare, la Coppa Uefa persa contro il Goteborg, resta ancora oggi in attesa di un secondo round e c’è da scommettere che prima o poi, gli amburghesi magari riproveranno a sorprendere.

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare.